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Non esiste popolo senza élite. Critica del lessico populista

Roma, 3 mar – Talvolta si rende necessario soffermarsi nell’esame, o per meglio dire nella revisione, del «lessico» del sovranismo. Partire dai concetti per arrivare a scomporre le stesse idee – non sempre chiare ed univoche – di questa visione del mondo, se è vero che alle parole corrisponde un significato. È invalsa di questi tempi – grazie anche all’ascendente esercitato da mediocri e sopravvalutati «ideologi», spesso d’importazione, come Steve Bannon – l’abitudine di utilizzare il termine «élite» in senso dispregiativo, riferendosi, con esso, ai ceti altolocati progressisti (un tempo si diceva «radical chic») e alle classi dirigenti occidentali, avulse dalla realtà e incuranti degli effetti che la globalizzazione, da essi invece sostenuta, ha provocato nel tessuto economico e sociale di larga parte dell’Europa e del Nord America. 

L’equivoco populista

Tuttavia c’è da chiedersi se non si tratti di un equivoco semantico, se a questa espressione, che si traduce come «eletta», nel senso di «scelta», «selezionata», nel campo della sociologia e delle dottrine politiche, è sempre stata attribuita un’accezione positiva. Non sarebbe meglio utilizzare espressioni come «cricca» o «oligarchia» – questo è il termine, non certo benevolo, che un elitista come Roberto Michels adoperava per le classi politiche autoreferenziali e putrescenti del sistema liberale – per alludere a ristretti gruppi votati al perseguimento di interessi particolaristici e spesso in contrasto con quelli della collettività? Oppure ciò è voluto, nell’ottica di una contrapposizione idiota, in senso demagogico e plebeo, tra élite e «popolo», entità solitamente indefinita, che si associa all’idolatria verso concetti come «sovranità popolare»  o «populismo»?Il sociologo Vilfredo Pareto (1848–1923)

Un termine, quello di populismo, aldilà della critica puerile che ne fanno i semicolti, tutt’altro che da accettare pacificamente, sia nelle premesse che negli esiti. Se infatti, come spesso si sente dire anche da esponenti della maggioranza e del governo gialloverde, che dovrebbero rappresentare la compagine populista par excellence, «populismo» significa «fare ciò che vuole il popolo», allora non ci siamo. Cos’è questo «popolo»? Come esprime questi bisogni (non si risponda che lo fa apponendo una «X» su una scheda elettorale!)? E poi ancora: queste istanze sono la somma, la sintesi o cos’altro rispetto alla «volontà popolare»? Vilfredo Pareto, forse il massimo esponente dei teorici delle élites, nel suo Trattato di sociologia generale, distingueva tra un utile per la collettività, inteso come la somma aritmetica dei fabbisogni dei singoli che la compongono, e l’utile dellacollettiva, intesa come gruppo a sé stante. Un utile, aggiungiamo noi, superiore, la cui determinazione, se non deriva direttamente dalle volontà che si manifestano nella collettività (leggi: popolo) che portano, come visto, altrove, è appunto compito dell’élite, cioè della politica. 

Chi è il popolo?

Politica infatti è individuare i fini, nel medio e lungo periodo (per gli affari contingenti c’è l’amministrazione, che è ben altra cosa), della comunità politica, della polis, in altre parole: il bene comune. Bene comune che non può essere somma, e nemmeno sintesi, dei bisogni che si manifestano nella collettività, ma un qualcosa di più e di diverso, non separato, neanche adeso, ma trascendente rispetto ai fini transeunti dei singoli. In definitiva l’unico popolo da riconoscere è quello «concepito, come dev’essere, qualitativamente e non quantitativamente, come l’idea più potente perché più morale, più coerente, più vera, che nel popolo si attua quale coscienza e volontà di pochi, anzi di Uno, e quale ideale tende ad attuarsi nella coscienza e volontà di tutti». Popolo ed élite, appunto.

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